
Sembran fere d’avorio in bosco d’oro
le fere erranti onde sì ricca siete;
anzi, gemme son pur, che voi scotete
da l’aureo del bel crin natìo tesoro;
o pure, intenti a nobile lavoro
così cangiati gli Amoretti avete,
perché tessano al cor la bella rete
con le auree fila ond’io beato moro.
O fra bei rami d’or volanti Amori,
gemme nate d’un crin fra l’onde aurate,
fere pasciute di nettarei umori;
deh, s’avete desio d’eterni onori,
esser preda talor non isdegnate
di quella preda onde son preda i cori!
Quand'io ti bacio, allora,
Muta bocca amorosa,
Muta bocca odorosa,
Intendo la cagion perchè tu taci:
Nascesti solo a mormorar co' baci.
Animato rumor, tromba vagante,
che solo per ferir talor ti posi,
turbamento de l’ombre e de’ riposi,
fremito alato e mormorio volante,
per ciel notturno animaletto errante,
pon freno ai tuoi susurri aspri e noiosi;
invan ti sforzi tu ch’io non riposi;
basta a non riposar l’essere amante.
Vattene a chi non ama, a chi mi sprezza
vattene; e incontro a lei quanto più sai
desta il suon, arma gli aghi, usa fierezza.
D’aver punta vantar sì ti potrai
colei ch’Amor con sua dorata frezza
pungere ed impiagar non poté mai.
Mentre ch'assisa Nice
Del mare a la pendice
Stava a specchiarsi in un piombato vetro,
Io, ch'essendole dietro
Affisati i miei sguardi a l'acqua avea,
L'ombra sua vi vedea
Con la sinistra man di specchio ingombra:
E ne lo specchio ancor l'ombra de l'ombra.
Se son, come tu dici,
Lidia, le labbra mie siepi spinose,
Le tue son molli rose.
Dunque, perché mi vieti
Ch'io con soavi baci
Queste a quelle congiunga ed avicine?
Stan pur presso alle rose ognor le spine.
Tutta nella tua faccia,
Nice, raccolta hai l'arte della pesca:
In fronte hai la bonaccia,
Ne' capegli la rete,
Negli occhi l'amo e nello sguardo l'esca.
Solo l'accesa face
Non hai del pescatore:
Ché quella in vece tua l'ho io nel core.
Al color de la chioma
Sembri cometa ardente,
Ed ai lampi de gli occhi un sol lucente.
Spieghi crine sanguigno,
Spargi lume benigno:
Oh forme altere e sole!
Sotto crin di cometa occhi di sole.
Chiome etiòpe, che da’ raggi ardenti
de’ duo Soli vicini il fosco avete,
voi di mia vita i neri stami sète,
onde mi fila Cloto ore dolenti.
O del foco d’amor carboni spenti,
ma che spenti non meno i cori ardete;
pietre di Batto, che mostrar solete
falsi d’ogni altro crin gli ori lucenti;
o di celeste notte ombre divine;
in duo emisperi è il ciel d’Amor diviso,
e voi del giorno suo sète il confine.
Venga chi veder vuole entro un bel viso,
con una bianca fronte e un nero crine,
dipinto a chiaroscuro il paradiso.
Mobile ordigno di dentate rote
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note
a chi legger le sa: sempre si more.
Mentre il metallo concavo percuote,
voce funesta mi risuona al core;
né del fato spiegar meglio si puote
che con voce di bronzo il rio tenore.
Perch’io non speri mai riposo o pace,
questo, che sembra in un timpano e tromba,
mi sfida ognor contro all’etá vorace.
E con que’ colpi onde ’l metal rimbomba,
affretta il corso al secolo fugace,
e perché s’apra, ognor picchia alla tomba.
Fortunata fanciulla, al ciel nascesti
non alla terra, e non ti fu immatura
l’ora fatal che dei tesor celesti
e dell’eterno ben ti fe’ sicura.
Tu breve il corso della morte avesti,
che con lungo penare altri misura;
la frale umanitá poco piangesti,
poco spirasti di quest’aria impura.
Chi solca il mar del mondo ogn’or aduna
maggior peso di colpa, e ’l cammin torto
sul tardi dell’etá vie piú s’imbruna.
Vïaggio avesti tu spedito e corto;
navicella gentil fu la tua cuna,
che ti sbarcò del paradiso al porto.