
La storiografia dell’Ottocento ha diviso la vicenda dello sviluppo dell’umanità in due fasi, una precedente all’invenzione della SCRITTURA (la PREISTORIA) e una successiva (la STORIA).
Questa definizione si basa sulla convinzione che senza documenti scritti non ci possa essere “storia”.
La storiografia contemporanea invece riconosce che ci sono documenti materiali da cui si possono ricavare importanti informazioni sulla vita degli uomini di tutti i tempi. Questi documenti sono studiati dall’ARCHEOLOGIA e sono la nostra unica fonte per quanto riguarda le conoscenze relative alla preistoria.
La preistoria comincia con la comparsa dell’uomo, circa 2,5 milioni di anni fa e, per convenzione, termina con l’invenzione della scrittura. Bisogna però considerare che la scrittura compare in Mesopotamia verso il 3000 a.C., in India attorno al 2500 a.C., in Cina verso il 1700 a.C., in Grecia solo nell’800 a.C. e altrove molto più tardi. Potremmo quindi dire che, a seconda delle aree geografiche, la preistoria ha tempi diversi!
E’ ormai accettatala teoria secondo cui l’uomo si è sviluppato a partire da specie animali precedenti per via di un processo di evoluzione.
Lo scienziato inglese Charles Darwin descrisse questo processo in una celebre opera del 1859: L’origine delle specie.

Charles Darwin
Secondo Darwin il meccanismo dell’evoluzione è collegato a due leggi fondamentali: la lotta per la sopravvivenza e la selezione naturale.
In sostanza tutti gli esseri viventi si trovano nella condizione di dover lottare per la conquista dello spazio, del cibo e dell’acqua, trattandosi di risorse limitate (lotta per la sopravvivenza). Solo gli individui che risulteranno capaci di adattarsi al meglio all’ambiente, riuscendo a sfruttarne le risorse potranno sopravvivere (selezione naturale) e di conseguenza trasmettere alla propria discendenza quelle caratteristiche che sono risultate vincenti.
Dal punto di vista zoologico l’uomo appartiene alla classe dei mammiferi, in particolare al gruppo dei PRIMATI, il quale apparve sulla Terra, precisamente in Africa, circa 65 milioni di anni fa. Di questo gruppo fanno parte anche le scimmie.
I primati avevano un corpo di piccole dimensioni e meno specializzato rispetto agli altri mammiferi, ma erano dotati di un cervello più voluminoso e complesso, avevano la vista migliore dell’olfatto, gli arti con 5 dita e il pollice opponibile che li rendeva capaci di afferrare gli oggetti. Il tronco tendeva alla posizione eretta, il che permetteva di liberare gli arti anteriori durante la locomozione.
I primati erano onnivori e vivevano prevalentemente sugli alberi.
Circa 10 milioni di anni fa importanti mutamenti climatici ridussero l’estensione delle foreste lasciando spazio, in una vasta zona dell’Africa orientale (la Rift Valley), all’avanzamento della savana, un ambiente la cui vegetazione è costituita radi alberi, poco adatto, quindi, ai primati arboricoli. Una parte di essi diede origine a diverse famiglie di scimmie antropomorfe (come l’orango e il gorilla) che continuarono a vivere nelle foreste superstiti, un’altra parte iniziò un percorso di lento adattamento all’ambiente della savana dando origine ai primi ominidi, di cui noi, l’homo sapiens, siamo l’unica specie ancora vivente.


Il primo ominide di cui abbiamo notizia è l’Australopiteco (scimmia australe, cioè del sud) comparso nelle savane africane circa 4,5 milioni di anni fa.
Alto 100-150 cm, con un cervello piuttosto piccolo (450 cm³ contro i 1300 cm³ dell’uomo attuale), era già in grado di stare sugli arti inferiori. La posizione eretta gli permetteva di avere una migliore visibilità e quindi controllo del territorio in un contesto come quello della savana. Gli permetteva inoltre di liberare gli arti anteriori per afferrare oggetti o per difendersi.
Sempre nell’Africa orientale, circa 2 milioni di anni fa, comparve il primo ominide classificato come homo, l’homo habilis. Accanto alle ossa di questi ominidi furono ritrovate pietre scheggiate (choppers), cioè gli strumenti che l’homo habilis si era costruito. Da qui il nome habilis che significa “capace di usare la mano”. Proprio dal riconoscimento di questa capacità deriva la classificazione del genere Homo: la capacità di produrre strumenti è riconosciuta come segno distintivo dell’intelligenza umana.

Comparve, sempre in Africa orientale, circa 1,8 milioni di anni fa. Il suo cervello raggiunse il volume di 1200 cm³ circa.
Questa caratteristica lo porta alla conquista di vari traguardi tecnologici: la costruzione di strumenti da caccia più sofisticati, di abiti, di capanne, ma soprattutto il dominio del FUOCO, uno dei passaggi più importanti della storia dell’umanità. In un primo momento l’uomo imparò controllare il fuoco, a mantenerlo acceso e a trasportarlo. In una seconda fase imparò ad accenderlo grazie a tecniche di percussione o sfregamento. I vantaggi furono innumerevoli:
- fu possibile cuocere i cibi consentendo di allargare la dieta ad alimenti che era impossibile mangiare crudi;
- conservare i cibi grazie alla tecnica dell’affumicatura;
- riscaldarsi;
- difendersi dagli animali;
- illuminare il buio della notte e delle grotte;
- indurire le punte di legno delle lance.
L’homo erectus fu anche il primo uomo a lasciare l’Africa per diffondersi nel resto del pianeta: circa 1 milione di anni fa cominciò infatti ad occupare l’Europa e l’Asia adattandosi a diversi ambienti e climi.
Nel corso dell’evoluzione dell’homo erectus, che si estinse circa 400 000 anni fa, si differenziarono altre specie umane, le quali diedero origine, circa 100.000 anni fa, all’ Homo sapiens, di cui uno dei rappresentanti è l’Homo di Neandertal (così chiamato dal luogo del primo ritrovamento la valle – tal in tedesco – di Neander, in Germania).
L’homo di Neandertal, molto simile all’uomo moderno, ma dalla statura più bassa, la corporatura più robusta, con spalle larghe e muscolose, e il cervello più voluminoso (circa 1 600 cm³) si affermò durante l’ultima glaciazione. Usava il fuoco, costruiva utensili elaborati in legno e pietra e ripari. Praticava la caccia di gruppo uccidendo mammut, rinoceronti e orsi. Celebrava riti funebri e praticava forme d’arte.
Le tracce più antiche dell’uomo moderno si sono trovate in Medio Oriente e risalgono a circa 100 000 anni fa. Questa specie è stata chiamata homo sapiens sapiens (o anche homo di Cro Magnon dal nome della località francese in cui furono trovati i primi resti).
Questa nuova specie si affiancò gradualmente all'homo di Neandertal, il quale circa 35 000 anni fa scomparve del tutto, per motivi ancora incerti. L’ipotesi più accreditata è che i neandertaliani si estinsero a causa delle malattie portate dai sapiens sapiens.
Per ricostruire la vita delle popolazioni preistoriche gli archeologi hanno dovuto affidarsi alle fonti materiali, tra le quali grande importanza rivestono gli strumenti fabbricati dall’uomo primitivo. Si tratta quasi sempre di oggetti di pietra, da cui la definizione di età della pietra. E’ improbabile che questo materiale sia stato il più utilizzato; legno e ossa sono molto più semplici da lavorare, tuttavia sono materiali deperibili che difficilmente possono giungere fino a noi. Quindi la definizione di età della pietra più che definire correttamente lo stile di vita dei nostri antenati, deriva dalla centralità di questo materiale come fonte archeologica.
In base alle tecniche di lavorazione della pietra si è suddiviso questo lungo periodo in tre età:
- PALEOLITICO o età della pietra antica (da 2,5 milioni a 12 000 anni fa)
- MESOLITICO o media età della pietra (da 12 000 a 10 000 anni fa)
- NEOLITICO o nuova età della pietra (da 10 000 a 5 000 anni fa)
Sinteticamente ripercorriamo i passaggi dell’evoluzione umana nel corso del Paleolitico.
L’homo habilis costruisce i primi utensili in pietra (o in osso) attraverso la tecnica della scheggiatura (teneva fermo un sasso con una mano mentre con l’altra lo colpiva con una pietra più dura ottenendo un bordo tagliente chiamato chopper). Solo molto lentamente si passò dai chopper ai ciottoli bifacciali (amigdale), pietre intagliate a forma di grossa mandorla usate come asce a mano.

A circa 450 000 anni fa si ritiene risalga la scoperta del fuoco, la più importante delle rivoluzioni paleolitiche.
Le scoperte archeologiche ci informano che gli uomini paleolitici vivevano in piccole comunità dedite alla caccia e alla raccolta di frutti spontanei. Si trattava di comunità nomadi.
Verso la fine del Paleolitico, con l’homo sapiens troviamo i segni di veri e propri rituali di sepoltura dei morti (i defunti sono sepolti con ornamenti, spesso ricoperti di tinture coloranti e di fiori, di cui sono stati rinvenuti i pollini).

I rituali funebri attestano lo sviluppo di una spiritualità, così come le prime forme di arte rupestre, probabilmente legate a rituali magico-religiosi.
A partire da 2 milioni di anni fa, la vita sulla Terra venne condizionata dalle glaciazioni (fasi di forte abbassamento della temperatura ed espansione dei ghiacciai dei poli e delle montagne) alternate a periodi interglaciali, in cui i ghiacci si ritiravano con le conseguenti modificazioni ambientali.
L’ultima glaciazione durò dall’80 000 al 10 000 a.C.: allora la Scandinavia e le Alpi erano ricoperte da ghiacci permanenti e nel resto d’Europa dominava la tundra. Il Nord Africa era invece ricoperto di foreste e pascoli.
Quando, all’inizio del Mesolitico, i ghiacciai si ritirarono, l’Europa si ricoprì di un’immensa foresta, nel Nord Africa si formò il deserto del Sahara, il livello dei mari si innalzò. Il pianeta, insomma, assunse le caratteristiche climatiche attuali.
Tuttò ciò modificò l’habitat in cui si erano adattate diverse specie animali, alcune delle quali (come le renne) migrarono verso nord, mentre altre (come i mammut) si estinsero.
Lo stesso uomo dovette modificare le sue abitudini per adattarsi alla nuova situazione ambientale. Ad esempio dovette modificare le tecniche di caccia per catturare gli animali più piccoli e veloci che avevano sostituito i grandi mammiferi ( a quest’epoca risalgono l’invenzione dell’arco e lo sviluppo della pesca). Si svilupparono anche tecniche di cattura degli animali che venivano intrappolati in recinti, cosa che consentiva di ucciderli un po’ alla volta, in base alle esigenze della comunità). Si tratta dei primi passi compiuti verso l’allevamento.
Si sono anche ritrovati presso accampamenti mesolitici buche nel terreno, probabilmente utilizzate per la conservazione di cereali selvatici, una prima tecnica di immagazzinamento del cibo.
L’ultimo periodo dell’età della pietra (VIII-IV millennio) viene chiamato Neolitico, con riferimento alla nuova tecnica di lavorazione della pietra (levigatura).

In realtà in questo periodo l’umanità conosce una delle più grandi rivoluzioni della sua storia: la rivoluzione agricola.
Alla base di questa decisiva innovazione sta probabilmente l’osservazione che i semi caduti per caso o gettati in quanto non commestibili, davano origine ai germogli di nuove piantine. Dove la terra era più fertile, in particolare per quanto riguarda le piante a maturazione annuale (come i cereali) conveniva stabilizzarsi e “provocare la crescita” delle piante utili all’alimentazione della comunità. Cioè trasformarsi in agricoltori sedentari.
Nel contempo si svilupparono anche le pratiche di allevamento iniziate nel Mesolitico.
La coltivazione e l’allevamento permisero la nascita dei primi villaggi stabili. (sedentarietà). La possibilità di produrre una quantità di cibo superiore a quella necessaria per l’immediato consumo (surplus) determinò la possibilità di immagazzinare scorte per la semina, per affrontare i periodi di carestia, per lo scambio.
L’aumento della disponibilità di cibo determinò un rapido incremento demografico (aumento della popolazione), grazie soprattutto alla diminuzione della mortalità infantile.
Il surplus consentì inoltre di destinare parte dei prodotti agricoli a persone che non erano impiegate nel’agricoltura, ma che si erano specializzati in compiti diversi (fabbri, ceramisti, tessitori, conciatori di pelli…). Nasce quindi un embrione di società complessa, basata sulla divisione del lavoro.
Un ruolo importante era attribuito ai sacerdoti, considerati i mediatori fra gli uomini e le forze della naura, capaci, attraverso rituali magici, di favorire la buona riuscita del raccolto.
Questi fenomeni cominciarono a svilupparsi attorno all’ 8000 a.C. nel Vicino Oriente, nel territorio noto come MEZZALUNA FERTILE (tra gli attuali Iraq, Siria, Libano Palestina, Israele, Giordania, Egitto e i territori sud orientali della Turchia). Si tratta di una zona caratterizzata dalla presenza di grandi fiumi (il Tigri, l’Eufrate, il Nilo) con due periodi di inondazioni annuali (positive per il deposito di fertili fanghi trasportati dalle acque) e per l’ampia disponibilità allo stato selvatico di cereali e legumi nutrienti, di grande resa e facilmente conservabili (grano, orzo, ceci, lenticchie).
Anche in altre aree del mondo, sebbene in tempi un po’ più tardi, si produsse un fenomeno analogo. Si tratta sempre di civiltà caratterizzate dalla presenza di grandi fiumi e dal ruolo di primo piano rivestito dalla domesticazione di uno o più cereali (spesso associati a legumi), ad es.:
- In Cina, nella Valle del Fiume Giallo furono domesticati la soia e il riso
- Nella Valle dell’Indo, Tra India e Pakistan fu domesticato, anche qui, il riso
- Nell’America centrale e andina furono domesticati il mais e i fagioli

In effetti nelle zone in cui i cereali crescono spontaneamente allo stato selvaggio, è possibile raccogliere in poche settimane una quantità di cibo sufficiente a nutrire una famiglia per un anno intero, cosa impossibile per un cacciatore. E’ stato calcolato che in un’economia di caccia e raccolta sono necessari circa 10 km² di territorio per la sopravvivenza di una persona, mentre in un’economia agricola lo stesso spazio può sostenere 10-20 abitanti.
I primi villaggi neolitici erano fondati su comunità semplici e poco numerose (i resti archeologici testimoniano di agglomerati di 10-100 abitazioni).
I Medio Oriente non mancano però esempi di comunità ben più vaste come Gerico, in Palestina, che attorno al’8000 a.C. si stima ospitasse circa 2000 abitanti. O Çatal Hüyük, i Anatolia, un insediamento che nel periodo tra il 7100 e il 6300 a.C. poteva ospitare oltre 5000 abitanti.

Fu soprattutto la necessità di organizzare i complessi lavori di gestione delle acque (realizzazioni di canali, dighe, argini, bacini di raccolta, etc.), ma anche della difesa militare di comunità in cui si stava sviluppando una certa ricchezza, a richiedere una più articolata organizzazione politica e sociale, con al vertice un’autorità riconosciuta da tutti, in grado di disporre e coordinare i lavori necessari alla comunità nel suo insieme (il sovrano). In un primo tempo la massima autorità politica coincide con la massima autorità religiosa. Successivamente le funzioni tendono a distinguersi, anche se non sempre in maniera così netta.
La città è il luogo centrale di un dato territorio (dove magari sono dislocati più villaggi) che lo controlla e lo organizza. Vi si trovano i principali edifici religiosi e i palazzi delle autorità politiche, i quali coincidono con i magazzini dove vengono accumulate le scorte alimentari da redistribuire alla popolazione.
Risale al neolitico anche la scoperta della metallurgia: gli archeologi hanno ritrovato oggetti lavorati in rame datati all’VIII millennio a.C. Si tratta di un metallo malleabile, quindi facilmente lavorabile anche attraverso la semplice martellatura.
Attorno al 5000 a.C. riuscirono a fondere il rame scaldandolo in un piccolo forno e versando liquido in forme apposite.

stampo di falce e punta di freccia
Attorno al III millennio a.C. si scopri che mescolando insieme il rame e lo stagno, si sarebbe ottenuta una lega molto più resistete: il bronzo.
Solo nel II millennio, ad opera degli Hittiti, una popolazione stanziata in Anatolia, si inventa la più complessa tecnica di lavorazione del ferro.
Ma allora la preistoria era ormai finita.